martedì 14 gennaio 2014

Attualità e controinformazione: vignaiolo rischia multa e detenzione per aver rifiutato di usare pesticidi

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Vi raccontiamo la storia del vignaiolo biodinamico francese che rischia una multa di 30.000 euro e 6 mesi di reclusione per non avere effettuato nei propri vigneti in Borgogna il trattamento preventivo obbligatorio per la flavescenza dorata.  Uomo coscienzioso o pericoloso criminale?

Ieri abbiamo letto su Winenews l’ennesima notizia di multe a vignaioli, la questione è seria: “Un produttore di vino da agricoltura biodinamica non esegue il trattamento sistematico contro gli insetti che causa la flavescenza dorata, e ora rischia una multa di 30.000 euro e 6 mesi di reclusione. Succede in Francia, a Beaune…” Così recita il pezzo italiano che riprende una notizia pubblicata da Decanter.com e la prima domanda che è sorta spontanea è stata: questo viticoltore ha causato danni ai vigneti dei propri vicini? La risposta è no. Emmanuel Giboulot rischia una multa ingente e la detenzione senza aver causato nessun danno, anzi, per non avere eseguito i dettami di una legge che prescrive un inquinamento preventivo da insetticidi anche in mancanza di un effettivo pericolo.
Emmanuel Giboulot conduce 10 ettari di vecchie vigne nel comune di Beaune, sottoprefettura del dipartimento della Côte-d’Or. Nella sua azienda pratica da oltre quarant’anni il regime biologico, mentre ha abbracciato la biodinamica da poco più di quindici anni ed è associato alla Renaissance des Appellations, l’associazione guidata da Nicolas Joly. La Borgogna ha un’estensione di 31 582 kmq, divisa in 15 arrondissements e 2.045 comuni, è un territorio densamente vitato e visto il pregio dei vini di Borgogna la diffusione della flavescenza dorata creerebbe problemi economici a molti vignerons e imprese vitivinicole, così quest’anno per la prima volta la Regione Borgogna ha emanato l’obbligo di trattamento preventivo dei vigneti con insetticidi sistemici o altri consentiti in regime biologico. Ma nei vigneti del Domaine Giboulot, nell’area del Beaune e in tutta la Côte-d’Or i monitoraggi non hanno rilevato la presenza dello Scaphoideus titanus, l’insetto originario del nord America considerato vettore della flavescenza dorata. Anche su questo tra l’altro le opinioni sono molteplici.
Emmanuel GiboulotMa se le vigne del Domaine sono sane e non ci sono stati danni ai vigneti dei vicini in base a cosa è scattata la denuncia? Nel corso di uno dei tanti controlli di prassi alla domanda se avesse fatto il trattamento per la flavescenza Giboulot ha risposto di no motivando la sua decisione.
Così ci ha spiegato: “In agricoltura biodinamica è consentito il trattamento insetticida con il piretro verde al posto degli insetticidi sistemici, ma è un insetticida non selettivo e trattando il vigneto avrei ucciso al tempo stesso molti degli insetti presenti, quelli nocivi, ma anche quelli antagonisti della cicalina e di altre malattie. La biodiversità nei miei vigneti è importante per l’equilibrio generale, certi vigneti non hanno visto trattamenti sistemici da 40 anni e sono perfettamente sani. Alcuni dei miei vigneti a Beaune si trovano vicini a una casa e anche se il piretro ha una decadenza molto veloce non è neutro. In luglio quando tutti trattavano nei vigneti la presenza dei pesticidi nell’aria era chiaramente avvertibile.”
Il vignaiolo doveva scegliere se attenersi alla legge o comportarsi secondo la propria coscienza ben sapendo che i pesticidi sistemici o  naturali che siano hanno un effetto sulla salute dell’uomo e dell’ambiente (tant’è che in Francia il Parkinson è stata inserita tra le malattie professionali per gli agricoltori esposti a pesticidi). Ha scelto di comportarsi con serietà e competenza contadina controllando con meticolosità e costanza i propri 10 ettari di vigneto nei momenti in cui si può rilevare la presenza di questo insetto e pronto ad intervenire con i trattamenti ma anche con l’estirpo delle piante contaminate se ve ne fosse stato il bisogno.
Gli abbiamo chiesto se questo lavoro di monitoraggio sia possibile secondo lui in un’azienda di maggiori dimensioni: “Certo – ci ha risposto – non è neppure troppo impegnativo economicamente: prima della vendemmia è facile osservare i sintomi e una squadra di 20 persone può monitorare aree molto vaste. E’ il lavoro meno caro e più efficace che si può fare per prevenire la diffusione della flavescenza dorata in questo momento”. Quindi rimane una questione di volontà e di scala di valori, per qualcuno la salute dell’ambiente e delle persone è meno importante dell’economia di un’area.
Giboulot ha ricevuto una notifica che lo invitava a presentarsi davanti al tribunale di Digione il 10 novembre perché non ha applicato il trattamento insetticida nelle sue vigne, impossibilitato a presentarsi in quella data è ora in attesa di una nuova convocazione. Personalmente mi auguro che questa coraggiosa autodenuncia di Giboulot possa servire ai cittadini e all’opinione pubblica per porsi qualche domanda sulle nostre leggi e le nostre istituzioni che vedono un criminale e un nemico in persone che con competenza e coscienza non si comportano in modo dannoso per la collettività. Mi torna in mente quella frase di Brecht “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. I tempi sono altri, ma la capacità di comportarsi secondo la propria coscienza è ancora un valore.
(Fonte: Sorgentedelvino.it)

lunedì 13 gennaio 2014

Alimentazione e diete: Olio di palma, il primo tra i misteriosi grassi vegetali

L’olio di palma, a lungo secondo dopo l’olio di soia, è diventato il grasso più usato al Mondo, non solo in alimentazione. E finalmente è citato sulle etichette. Ma leggere le etichette non basta per capire: consumatori e anche nutrizionisti dovrebbero informarsi-informare sulle vere caratteristiche degli alimenti, a cominciare dai reali componenti nutrizionali. Oli e grassi ricchi di a.g. saturi (NV 2012)
Iniziamo col dire che l'attuale demonizzazione dell'olio di palma è un atteggiamento, anche per un naturista, eccessivo sul piano nutrizionale, e illogico sul piano storico, visto che anche noi Italiani, nonostante la tanto strombazzata “civiltà dell’olivo”, abbiamo usato per molti secoli, dalle origini fino al 1960, come principali grassi di cottura soprattutto lardo e strutto.
L’olio di palma non è certo un grasso d’uso casalingo, almeno in Europa, ma solo industriale e commerciale (industria alimentare, ristoranti, friggitorie, mense). Non ha fatto mai parte della nostra cultura antropologica, e questa non è una esortazione a utilizzarlo. Se qui se ne parla è solo per chiarirci le idee dal punto di vista scientifico (così che il “ripasso” sarà utile per capirne di più anche degli altri oli e grassi), dato che si trova sempre più spesso anche negli alimenti biologici e naturali.
Olio di palma grezzo solidoDiciamo che nell'ambito della produzione alimentare industriale, che comunque dovrebbe essere consumata nella minor quantità possibile, l'olio di palma ha una sua funzione, che non va criminalizzata. Soprattutto perché  ha una composizione chimica sorprendente che ne fa un grasso più protettivo o meno rischioso del burro nelle cotture, soprattutto se l’olio usato è allo stato grezzo e solido (“red palm oil”). Chi lo osteggia su internet dovrebbe a maggior ragione boicottare il burro, che come si vede nella tabella ordinata in ordine crescente di acidi grassi saturi, cioè a rischio, e in ordine decrescente di acidi grassi insaturi, cioè “protettivi”, ha parametri nettamente inferiori nelle due classi di acidi grassi protettivi mono e polinsaturi, e privilegiare addirittura il lardo, che ha il 66% di acidi grassi protettivi e solo il 33% di saturi, neanche tutti dannosi (ma che ovviamente è improponibile per una dieta vegetariana e men che meno vegana).
Potremmo chiederci, quale grasso che non sia di palma può resistere alle difficili condizioni ambientali della cottura industriale e della produzione a caldo,dell’ossidazione dovuta a immagazzinamento, calore prolungato (sole, luce battente), e a conservazione all’aria in scatole non a perfetta tenuta – come dadi per brodo, biscotti ecc. – per  lunghi mesi a contatto con luce e temperatura ambiente? La risposta non è così scontata.
E’ peggiore, se possibile, valutando il periodo di decadimento in proporzione al costo, l'utilizzo poco accorto di olii più naturali e salubri: oli vergini di oliva, girasole, mais, cartamo, vinacciolo, sesamo, noce ecc. (se “di spremitura a freddo”) venduti in bottiglie trasparenti o alle alte temperature di erboristerie, negozi bio (un po’ più freschi) e supermercati, comunque fuori della “catena del fresco”, e nelle case sempre lasciati al caldo della cucina e a contatto con aria e luce (oliera), quindi predisposti alla rapidissima ossidazione e  alla produzione nel nostro organismo di pericolosi radicali liberi, in quanto sono i grassi più instabili e delicati. Nella maggior parte dei cibi industriali questi oli, ricchi di acidi grassi mono e polinsaturi, quindi rapidamente deteriorabili, in quelle difficili condizioni si irrancidirebbero nel giro di ore-giorni-settimane, nonostante i sitosteroli protettivi, producendo perossidi, cioè radicali liberi, e poi idrocarburi, aldeidi e acidi tossici e di sapore sgradevole. A meno di non aggiungere i soliti additivi antiossidanti industriali (tipo BHT, butil-idrossitoluolo e BHA, butil-idrossianisolo), che si usano anche quando nelle torte pronte o nei panettoni c’è il delicatissimo burro.
In questi casi (produzione industriale, magazzini, trasporto ecc.) non resta come male minore che l’olio di palma, stabile alla frittura, ad ogni genere di cottura e alla perossidazione lipidica da ossigeno-luce-calore, e anche il più economico. Così inossidabile che, anche se può sembrare incredibile, un orcio di terracotta con tracce di olio di palma è stato trovato da archeologi ad Abydos in una tomba egizia di 5000 anni fa, (FRIEDEL MC. Comptes rendus. On fatty materials found in Egyptian tomb in Abydos. vol. 24,648,1987). Olio che, volendo, può essere anche acquistato nella forma grezza e solida, utile nelle creme che non si devono sciogliere ma rimanere pastose.
Olio di palma grezzo e puro (in commercio)E sul piano puramente nutrizionale? Non è terribile come lo dipingono. L’olio di palma ha un rapporto saturi/insaturi inferiore a 1 (0.9). Accanto al 47% di a.g.saturi (tanti, certo) ha ben il 51.5% di a.g. insaturi protettivi, cioè circa il 39% di monoinsaturi (acido oleico, tipico dell'olio di oliva, che però ne ha il 70%) e il 12% di polinsaturi, soprattutto linoleico. Tanti, anzi ancora di più, questi protettivi, ma nessuno lo dice. Ben il 51.5% di grassi protettivi – che il burro si sogna (solo 26.5%), ma che lardo e strutto addirittura superano (oltre alla minore percentuale di a.g. saturi), e infatti sono i primi in classifica nella tabella.
Ci sono i saturi pessimi, quelli mediocri e quelli addirittura buoni, cioè protettivi. Insomma, non tutti gli acidi grassi saturi sono uguali. Vero è che l’abbondante acido palmitico (43-47%) dell’olio di palma è il suo vero limite nutrizionale, perché è un acido a catena lunga che isolato e dato ai topi ha mostrato in studi sperimentali di laboratorio un più alto rischio aterogenico e ipercolesterolemico e perciò cardiovascolare. Il burro, invece, ha solo il 21.6% di palmitico, e ha gli acidi laurico e miristico, saturi sì ma a catena media, quindi neutri rispetto al rischio detto, più l’acido butirrico, a catena corta, che pur essendo saturo è addirittura protettivo (è il medesimo che si forma per fermentazione delle fibre nel colon). Ma il burro, non dimentichiamolo, ha pur sempre solo la metà dei protettivi a.g. monoinsaturi dell’olio di palma.
Quando invece diamo all’uomo, non ai topi, non l’acido palmitico isolato ma l’olio di palma intero, a dimostrazione che ogni alimento naturale e integrale è un complesso bilanciato, non si verifica alcunché di negativo. Innanzitutto, l'olio di palma, come tutti i grassi vegetali, è privo di colesterolo, a differenza di burro e lardo. E il più alto colesterolo nel sangue che l’acido palmitico dovrebbe favorire ? La ricerca biologica più accreditata ormai è orientata nel senso che l’olio di palma si comporta all’atto pratico in modo neutro o addirittura favorevole verso i parametri lipidici, cioè non aumenta, anzi, spesso riduce sia il colesterolo totale, sia le pericolose LDL; mentre non innalza i trigliceridi. Quindi un’azione del tutto neutra, se non positiva.
STUDI. Nel classico studio di Sundram e Hornstra (in doppio cieco e crossover), in 38 volontari maschi la sostituzione del 70% dei grassi animali e oli idrogenati di una tipica “dieta olandese” con olio di palma, che è privo di colesterolo e acidi trans-saturi, non ha modificato il colesterolo totale nel sangue, ma ha aumentato dell’11% le HDL protettive, diminuito dell’8% le dannose LDL, aumentato del 4% le apolipoproteine A1 (legate alle HDL) e diminuito del 4% le apolipoproteine B (LDL). Tutti miglioramenti modesti ma significativi, che provano che quando l’olio di palma sostituisce la maggior parte dei grassi animali o trans-saturi in una dieta, non apporta nuovi rischi ma anzi può addirittura ridurre il rischio cardiovascolare (SUNDRAM K, HORNSTRA G, HOUWELINGEN AC, KESTER ADM. Replacement of dietary fat with palm oil: effect on human serum lipids, lipoproteins and apolipoproteins. Br J Nutr 1992, 68, 671-692).
In un esperimento su volontari della Malesia con diete alternate a base di oli di cocco, palma e mais, mentre l’olio di cocco alzava il colesterolo totale del 10%, l’olio di palma riduceva tutti i valori: colesterolo totale -19% (mais -36%), LDL -20% (mais -42%), HDL -20 (mais -26%). Il rapporto LDL/HDL non era modificato dal cocco, ma era abbassato dalla palma (-8%) e ovviamente ancor più dal mais (-25%). I trigliceridi nel sangue non erano modificati dalla palma, ma ridotti dal mais (NG TK, HASSAN K, LIM JB, LYE MS, ISHAK R. Nonhypercholesterolemic effects of a palm-oil diet in Malaysian volunteers. Am J Clin Nutr 1991,53,4,1015S-1020S). Quindi anche qui un comportamento da neutro a favorevole, e comunque non negativo.
Olio di palma raffinato e frutti con semi visibiliSul piano produttivo, legislativo e commerciale, invece, i problemi ci sono, eccome. Innanzitutto  l’olio di palma assume in commercio gli aspetti e le forme più diverse, tanto da disorientare noi Europei: grezzo, rosso e pastoso in barattoli, più di rado solido e giallo in panetti biancastri come il burro (attenzione che non sia idrogenato: è molto usato come margarina), semifluido e rossiccio allo stato naturale (“Pure Crude Palm Oil”). ma più di frequente in Europa in contenitori di liquido giallo e fluido come un qualunque olio di semi (“olio di palma frazionato”, “Superoleine”) destinato alle friggitorie e ai ristoranti. E’ il tipico “olio di palma bifrazionato” e raffinato, che ha una composizione percentuale in teoria più accettabile: 37% a.g. saturi, 41.1 a.g. monoinsaturi, 13.5 a.g. polinsaturi. Peccato che sia stato ottenuto per raffinazione chimica frazionata, quindi con un procedimento altamente tecnologico e pochissimo naturale, e soprattutto che abbia perso tutti i suoi preziosi antiossidanti rossastri dello stato solido o pastoso, grazie all’abbondanza di beta-carotene e altri carotenoidi, e il profumo particolare (per alcuni di violetta).
Insomma, quello che era in origine allo stato naturale un grasso tutto sommato discreto e ricco di antiossidanti, viene uniformato, banalizzato e spersonalizzato in modo da somigliare a un qualsiasi oliaccio industriale. Ma, ripetiamo, non è un difetto dell’olio di palma, quanto della tecnologia esasperata che lo ha trasformato e reso artificiale, comune a tutti gli oli di semi industriali. Così, alcuni naturisti americani hanno preso l’abitudine di andare a cercarsi sul mercato web il “red palm oil”, l’olio di palma rosso e naturale (v. immagine), ricco di proprietà antiossidanti e protettive che insieme con i tanti acidi insaturi evidentemente bilanciano in modo efficace nel nostro organismo l’eccesso di acido palmitico.
L’olio di palma grezzo, cioè non raffinato, contiene infatti una grande quantità di antiossidanti, molto più della carota: circa 30.000 mcg di beta-carotene (responsabile del colore rossiccio), 24.000 mcg di alfa-carotene e 33.10 mg/100 g di vitamina E alfa-tocoferolo. Oltre a coenzima ubiquinone Q10, squalene ecc. Un peccato che la raffinazione distrugga tutta questa ricchezza, solo per permettere alle friggitorie e ai ristoranti popolari di tutto il Mondo di cuocere cibi orribili e insani a poco prezzo! Il burro è dotato di quantità decisamente minori di antiossidanti: retinolo 906 mcg, beta-carotene 146 mcg, vitamina E alfa-tocoferolo 2.40 mg (IEO, Inran).
Inoltre le norme non sono chiare. I produttori ne approfittano, indisturbati, per mescolare spesso all'olio di palma l’olio di palmisti, cioè l’olio del seme del frutto della palma, che è un grasso completamente diverso per composizione, aspetto (è bianco, non avendo i carotenoidi) e gusto, e assomiglia molto all’olio di cocco. Nella tabella in alto l’olio di palmisti ha l’82% di acidi grassi saturi, un’enormità, e appena il 15% di monoinsaturi. Dovremmo ottenere leggi internazionali che vietino ai produttori di mescolare due grassi così diversi, palma e palmisti, senza denunciarlo in etichetta, specificando anche il contenuto percentuale in acidi grassi della miscela. Per fortuna nella sfortuna, però, gli a.g. saturi dell’olio di palmisti pur essendo sovrabbondanti sono migliori qualitativamente di quelli dell’olio di palma: costituiti da poco acido palmitico, un a.g. a catena lunga, ad alto rischio (6.5-9%), e invece per lo più da a.g. saturi a catena media come il laurico (47-51.5%) e il miristico (15.5-17%) che sono piuttosto neutri, cioè non provocano danni ateromasici e ipercolesterolemici nell’organismo.
Insomma, è bene far entrare in testa ai consumatori che la natura dei grassi è complessa, e anche la natura dell’intera “alimentazione naturale”. E’ sbagliato dire “grassi saturi” in generale per dire il peggio da criminalizzare. Bisogna vedere i dettagli, cioè le quantità in cui i diversi acidi grassi saturi sono presenti in ciascun grasso (di palma, di palmisti, di cocco, lardo, strutto e burro). Negli a.g. saturi bisogna distinguere tra a.g. saturi a catena corta (protettivi), a.g. a catena media (neutri), a.g. a catena lunga, dannosi. E poi, a che serve usare in alternativa preziosissimi oli extra-vergini di prima spremitura a freddo (tanto più che se ne possono consumare pochi grammi al giorno), quando sono ossidati da calore, luce e ossigeno? Anzi, diventano produttori di radicali liberi più dei grassi saturi!
Alla fin fine, il bilancio dell’olio di palma, anche in dettaglio, è sostanzialmente neutro o leggermente positivo, non certo allarmante. Comunque per la cottura ad alta temperatura (frittura), specialmente se è grezzo, l’olio di palma è preferibile come parametri addirittura al burro e agli oli di semi, che si degradano facilmente al calore.
Non criminalizzare nulla di ciò che è naturale e lungamente sperimentato dall’Uomo. Noi, da parte nostra, continuiamo a consigliare di consumare per il (tanto) cibo crudo e per il (poco) cibo cotto che ci sono necessari ogni giorno quantità misurate di ottimo olio extra-vergine di oliva. Però trattandolo bene, cioè assicurandoci non tanto che sia biologico o no, piuttosto che produttori e commercianti l’abbiano prodotto a bassa temperatura e conservato al buio e in catena del fresco, che sia non in oliera ma in bottiglia scura o coperta di alluminio, chiusa non col sughero ma col tappo a vite sempre ben serrato, conservato in cantina o in analogo ambiente fresco e buio, non in cucina… Queste sono le condizioni davvero importanti. Altrimenti – nelle piccole quantità consentite per i grassi di condimento (il consiglio empirico per una persona normale sana ma sedentaria è di non superare i 2 cucchiai da minestra a pasto di olio crudo; ma per molti soggetti sovrappeso anche meno) – andrebbe bene tutto, perfino gli oli di semi raffinati e l’olio di palma.
Tutti gli altri grassi della Tradizione (lardo, strutto e burro, quest’ultimo rigorosamente solo crudo) possono essere usati soltanto di tanto in tanto o eccezionalmente, se si vuole. O anche mai (naturisti stretti, vegan): non sono certo necessari. E per i non vegetariani o non naturisti? “Orribile a dirsi”, lardo e strutto sono molto meglio del burro nella cottura: le cifre della tabella parlano chiaro. E anche gli oli di semi non raffinati, certo, vanno usati (peccato gli altissimi prezzi…) purché non abbiano mai lasciato la “catena del fresco”, condizione rarissima. E anche i migliori oli di semi nella frittura si decompongono facilmente e producono radicali liberi, tanto da essere ben più rischiosi dell’olio di palma. Ma non gridiamo allo scandalo se nei cibi industriali o degli esercizi pubblici (fritture, biscotti, creme spalmabili, grissini, margarina, dadi per brodo ecc.) c’è l’olio di palma (purtroppo raffinato, questo piuttosto lo scandalo). Perché per il consumatore eccezionale non sono affatto un rischio quei pochi grammi una volta all’anno! E’, semmai, il complesso dei cibi artificiali e industriali ad essere alla lunga rischioso, anche senza olio di palma, se condiziona la nostra dieta abituale. E perciò dobbiamo consumarli molto di rado gli alimenti industriali. E, anzi, chi grida troppo fa sospettare che abbia intenzione di mangiarli spesso…
Diverso e fondamentale invece il discorso ecologico che abbiamo appositamente lasciato per ultimo. La vera motivazione della campagna anti-palma dovrebbe essere ambientale, mentre in realtà è politica. E’ vero che la dissennata deforestazione per impiantare sempre nuove coltivazioni di palma da olio sta distruggendo l’ambiente originario e le foreste dell’Asia, più amate dagli Occidentali che dagli Orientali, tanto che i rari oranghi sono in via di sparizione.
(Fonte: Alimentazione Naturale Blog)

sabato 11 gennaio 2014

Ricette vegetariane: Biscotti al muesli e arance

La curiosità
Sicuramente il medico svizzero Maximilian Bircher-Benner quando nel 1900 inventò il muesli per i suoi pazienti non avrebbe mai immaginato di diventare famoso. Bircher elabora una nuova teoria, il crudismo, che mette in primo piano l'alimentazione nella cura di alcune malattie. In particolare sottolinea l'aspetto benefico di una dieta a base di alimenti naturali integrali. Da qui la celebre miscela costituita di fiocchi di cereali, frutta secca e semi oleosi.

Ingredienti per quattro persone
200g di farina di muesli
100g di farina semi integrale
2 uova
3 cucchiai di malto di mais
3 cucchiai di olio di mais
1 vasetto di marmellata di arance
100g di mandorle pelate
arancia per decorare

Preparazione
In una capiente terrina versate la farina di muesli e quella semi integrale. Aggiungete le uova intere, l'olio e il malto. Amalgamate il tutto velocemente. Il composto deve risultare ben miscelato e non si deve sbriciolare, in caso aggiungete un po' di latte di riso tiepido.
Lasciate riposare la pasta per 30 minuti, quindi formate dei dischetti. Alcuni rimarranno come base per il nostro biscotto ripieno, altri dovranno essere bucati al centro con l'aiuto di uno stampino più piccolo e sovrapposti a quelli che faranno da base. Sistemate al centro un poco di marmellata e due mandorle.
Infornate per 20 minuti a 180°. Decorate con fettine di arancia fresca.



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Ricette Vegetariane per Tutti i Giorni è un manuale che propone tante ricette semplici, accattivanti, tutte sperimentate e suddivise tra antipasti, primi, secondi, dolci e frutta, illustrate da bellissime fotografie e arricchite da curiosità, varianti e importanti consigli per la loro realizzazione. 
La cucina naturale e vegetariana è ricca di gusto e fa bene alla salute!

Potete approfondire a questo link: Ricette vegetariane 

venerdì 10 gennaio 2014

Vivere ecologico - Isolare la casa con la minima spesa: qualche trucco

Esistono diverse soluzioni e qualche trucchetto per difendersi  dal freddo in modo economico. Si può iniziare a risparmiare sul riscaldamento domestico riducendo innanzitutto le dispersioni di calore che, influenzano maggiormente i consumi.
Oltre a far controllare e, eventualmente sostituire, la vecchia caldaia; impostare il termostato alla giusta temperatura, è necessario pensare all’isolamento. Questo rappresenta la caratteristica più importante per mantenere un ambiente caldo in inverno e fresco in estate. Per risparmiare bisogna pertanto assicurarsi di avere il giusto livello di isolamento partendo dal sottotetto fino alle pareti interne.
Per prima cosa possiamo iniziare con l’isolamento delle pareti di casa che danno sull’esterno utilizzando dei pannelli in polistirene. Oltre a costare poco, il polistirene ha un’ottima resa: essendo un buon isolante termico non marcisce, non ammuffisce e non crea batteri. E’ atossico, inerte e non contiene clorofluorocarburi nè idroclorofluorocarburi. Il prezzo, poi, è davvero irrisorio: 5 euro circa al mq. 
Questo materiale viene usato anche per le coibentazioni nell’edilizia perché non costituisce un pericolo per l’igiene ambientale e le falde acquifere, non rilasciando gas tossici inoltre, non presenta particolare preoccupazione per la salvaguardia della salute. Per ovviare all’uso del polistirene, si può optare per lo spostamento fisico di tutti i mobili della casa sulle pareti che danno all’esterno. Questo permette diabbassare le dispersioni dovute al freddo che penetra dai muri ma, ovviamente, presenta una resa minore e meno efficiente.
Proseguiamo con l’isolamento degli infissi che oltre a far risparmiare sul riscaldamento, riducendo gli spifferi, risultano efficaci anche per il raffreddamento estivo. L’unica soluzione sono gli infissi ad alta efficienza energetica che, purtroppo non sono alla portata economica di tutti. Se non possiamo permetterci una spesa così alta per la sostituzione dei vecchi infissi possiamo risparmiare sostituendo letapparelle (costano meno degli infissi). Le tapparelle devono essere possibilmente di color argento o bianco (colori che respingono il calore mantenendo quello prodotto all’interno della casa).
Quindi, pensiamo ai vetri rigorosamente doppi per non disperdere il calore verso l’esterno. Il principio dei doppi vetri è basato sul fatto che l’installazione presume appunto l’impiego di 2 vetri distanziati. Quanto più le lastre sono separate tra loro, maggiore sarà l’isolamento ottenuto. Per l’installazione si possono sostituire i vecchi vetri con le nuove lastre oppure in alternativa si può aggiungere una seconda intelaiatura a quella già esistente permettendo così di avere due finestre sovrapposte. Online si trovano diverse guide che spiegano dettagliatamente come montare da soli i doppi vetri a porte e finestre in maniera semplice, efficace ed economica.
Per ridurre gli spifferi che entrano in casa possiamo anche applicare delle tende impermeabili alle finestre, preferibilmente dall’esterno. Altro escamotage: le spugnette adesive che costano pochi euro, si inseriscono facilmente grazie alla pellicola adesiva di cui sono dotate e servono a evitare che l’aria fredda entri in casa. Purtroppo oltre al prezzo, è molto bassa anche la loro efficacia.
I salvaspifferi: quei vecchi serpentoni di stoffa delle nonne, riempiti di sabbia, appoggiati ai bordi inferiori di porte e finestre sono un antico metodo per impedire all’aria fredda di passare. Esistono versioni più moderne e più efficienti composte da due rulli di materiale isolante rivestiti in PVC. I cosiddetti salvaspifferi intelligenti si infilano sotto le porte e i due rulli rimangono posizionati uno all’interno ed uno all’esterno così da bloccare completamente gli spifferi. Essendo incastrati sotto, i rulli si muovono insieme alla porta quando viene chiusa o aperta senza bisogno di essere spostati ogni volta.
Si possono ridurre i costi di riscaldamento adottando altri semplici accorgimenti.
Fogli isolanti per radiatori: fogli in alluminio che isolano dal freddo e diffondono il calore emanato dai radiatori nell’ambiente, evitando la dispersione termica. Si trovano in commercio già provvisti di biadesivo per una facile applicazione.
Isolamento termico delle tubazioni per il riscaldamento tramite coibentazione con apposite guaine termo isolanti.
Facilitare la trasmissione del calore nell’ambiente evitando di coprire i termosifoni con tende o rivestimenti.
Sfiatare a cadenze regolari le valvole dei termosifoni per ottimizzarne la resa.
    Infine, valutiamo i pro e i contro delle fonti di calore che utilizziamo per le nostre case.
    Il camino è un’ottima oltre che affascinante scelta e riesce a riscaldare una stanza in pochissimi minuti. Allo stesso tempo presenta però degli inconvenienti quali perdite d’aria nel muro. Infatti, una serranda camino lasciata aperta quando questo non è in uso è un modo per far entrare aria fredda in casa dalla canna fumaria. Dopo ogni utilizzo chiudere la serranda e, soprattutto, aprirla prima di decidere di godere del fuoco per impedire alla vostra casa di riempirsi di fumo.
    Le prese d’aria e i radiatori possono non rappresentare elementi d’arredo perché, essendo progettate per essere più che altro funzionali, non sono belle esteticamente. Spostare i mobili o cercare di coprire le prese d’aria per rendere l’ambiente più bello, ostacola il flusso d’aria impedendo la diffusione del flusso d’aria per tutta la stanza. Un trucco adottabile è quello di dipingere le prese d’aria o i radiatori dello stesso colore della parete o del pavimento.
    Ventilatori da soffitto. Le case con soffitti molto alti sono davvero caratteristiche ma anche estremamente dispendiose in termini di riscaldamento. Grazie ai ventilatori a soffitto è possibile spingere l’aria, che sale rimanendo intrappolata in alto, verso il basso lungo le pareti. La circolazione dell’aria attraverso la camera permetterà di riscaldare l’ambiente in modo più uniforme facilitando il lavoro della stufa o del convettore per mantenere la stanza ad una temperatura confortevole.
    Le stufe riscaldano uno spazio in pochi minuti, ma possono essere molto pericolose e costose.
    Infine, tornando all’isolamento termico, i tappeti spesso usati solo come elemento di design in una stanza possono svolgere una funzione importante durante i mesi invernali. Essi aggiungono un altro strato di isolamento a terra, intrappolando il freddo e impedendo infiltrazioni e il raffreddamento della stanza.
    (Fonte: tuttogreen.it)


    giovedì 9 gennaio 2014

    Da secoli alla base dell'alimentazione orientale, le alghe andrebbero riscoperte anche in occidente, in quanto sono considerate uno degli alimenti più salutari che il nostro pianeta sia in grado di offrire, per via della loro ricchezza di vitamine, minerali e antiossidanti.
    Le alghe possono essere reperite in alcuni supermercati, nelle erboristerie e nei negozi di prodotti alimentari biologici. Le alghe in commercio in Italia non provengono solo dal Giappone, ma anche dall'Europa, in particolare da Francia, Irlanda e Paesi Scandinavi, caratteristica che le rende un alimento non soltanto tipicamente orientale. Ecco alcune tra le specie di alghe più diffuse, accompagnate dalle loro proprietà e modalità di utilizzo.
    Arame (Eisenia bicyclis)
    L'alga arame è particolarmente ricca di potassio. La sua assunzione può essere utile da parte di chi pratica sport al fine di arginare il rischio di incorrere in crampi muscolari. Possiede proprietà antivirali e può contribuire a mantenere sotto controllo il peso corporeo. E' l'alga dal sapore più delicato, caratteristica che la rende mqaggiormente affine ai gusti occidentali.
    Prima di essere consumata, l'alga arame necessita di essere lasciata in ammollo in acqua a temperatura ambiente o di essere portata ad ebollizione per alcuni minuti. Le alghe arame possono essere bollite e consumate come contorno, condite ad esempio con olio di sesamo e salsa di soia, oppure essere d'accompagnamento ad un contorno preparato con carote e cipolle.
    Dulse (Palmira palmata)
    L'alga dulse è un alga dal caratteristico colore rosso. E' la più ricca di ferro tra le alghe e presenta allo stesso tempo un buon contenuto di potassio e di magnesio. Cresce lungo le coste rocciose dell'Atlantico (Bretagna, Irlanda, Scozia e Scandinavia) e del Pacifico (Giappone). Durante la bassa marea può essere raccolta a mano. In seguito viene lasciata essiccare al sole e al vento per poi poter essere consumata o venduta.
    E' un alga dal gusto piccante, che può essere utilizzata come condimento per legumi e verdure, come complemento per le insalate e nella preparazione di zuppe, ma anche di piatti a base di cereali. Si sposa particolarmente bene con l'avena. E' inoltre utilizzata per la preparazione di salsine piccanti da accompagnare con svariate pietanze. Non richiede ammollo prima della cottura.
    Hiziki (Sargassum fusiforme)
    Le alghe hiziki (o iziki) si riconoscono dal loro colore scuro e dalla loro conformazione che le rende simili a stringhe sottili. Presentano un notevole contenuto sia di ferro che di calcio, di cui rappresentano una delle fonti vegetali principali. Basti pensare che 100 grammi di alghe hiziki secche sono in grado di contenere fino a 1400 milligrammi di calcio.
    Le alghe Hiziki devono essere lasciate in ammollo per una decina di minuti prima di essere utilizzate per preparazioni culinarie. Il loro sapore si sposa con quello di molte verdure, di cui possono accompagnare la cottura nella preparazione di contorni e minestre. Possono essere inoltre utilizzate per condire pasta o riso accompagnate da ortaggi come broccoli, cipolle e carote.
    Kanten (Agar agar, Gracilaria verrucosa)
    L'alga kanten, alga giapponese di colore rosso, viene prevalentemente utilizzata per via del potere gelificante delle sostanze in essa contenute, estratte previa essicazione ed ebollizione della stessa. Gli estratti di alga kanten vengono impiegati nella preparazione dell'agar agar, un gelificante naturale completamente vegetale da utilizzare in sostituzione delle gelatine industriali animali.
    L'agar agar si presenta sotto forma di polvere, fiocchi, scaglie o barre e può essere impiegato come gelificante in qualsiasi preparazione richieda l'utilizzo di quella che viene denominata "colla di pesce". E' quindi adatto ad addensare budini, confetture, marmellate, aspic ed altre preparazioni sia dolci che salate.
    Kelp (Macrocystis pyrifera)
    L'alga kelp è caratteristica dell'Atlantico e delle coste scandinave. Presenta un colore bruno scuro ed un odore salmastro una volta essiccata. Viene consigliata per i suoi effetti diuretici, come coadiuvante per contrastare la cellulite e per regolarizzare il metabolismo. Contiene iodio, fitosteroli, polifenoli e le vitamine A, B1, B2, C, D e E. Presenta proprietà rimineralizzanti eantinfiammatorie.
    Si trova solitamente in commercio come alga essiccata o sotto forma di compresse o tavolette comeintegratore alimentare di iodio. La sua assunzione può essere indicata nei casi di obesità dovuta a ipotiroidismo in modo da favorire il corretto funzionamento del metabolismo e la perdita del peso in eccesso.
    Klamath (Aphanizomenon flos aquae)
    L'alga klamath è considerata l'alga in grado di apportare il maggiori quantitativo di acidi grassi essenziali omega6 e omega3. Presenta inoltre un non trascurabile quantitativo di proteine e viene considerata un alimento particolarmente energetico. E' ritenuta un ottimo ricostituente in caso di stanchezza, convalescenza e riabilitazione.
    E' possibile reperire l'alga klamath sotto forma di integratore in tavolette, ma anche semplicemente in forma essiccata e conservata in modo tale che essa possa mantenere tutte le proprie caratteristiche benefiche, che la rendono particolarmente indicata come antinfiammatorio naturale e come alimento dalle proprietà immunoregolatrici e antiossidanti.
    Kombu (Laminaria japonica)
    L'alga kombu è ricca di iodio, utile per il funzionamento della tiroide e per la regolazione del metabolismo. Contiene sostanze in grado di donare a questo alimento proprietà anticoagulanti, utili per prevenire la formazione di trombi. La kombu è un alga particolarmente ricca di calcio e di sali minerali.
    Un pezzetto di alga kombu può essere utilizzato durante l'ammollo dei legumi secchi e durante la loro cottura, in quanto il suo contenuto di acido glutammico è in grado di renderli più morbidi e facilmente digeribili. Può essere inoltre aggiunta alla preparazione di brodo di verdure e minestroni, oltre che al latte di soia preparato in casa, per arricchirlo di calcio. E' ottima per dare sapore al riso, alla pasta e alle verdure. Le alghe kombu impiegate per l'ammollo dei legumi possono essere lasciate asciugare e riutilizzate.
    Nori (Porphyra species)
    E' l'alga più ricca di proteine, il cui contenuto è pari al 50% del peso del prodotto secco. Presenta quantità considerevoli di fibre vegetali e di acidi grassi omega3, oltre ad essere fonte di vitamina C. Contiene inoltre taurina, utile per la sua azione di contrasto nei confronti del colesterolo, oltre a ferro, calcio, vitamina A e B1.
    La nori è l'alga più conosciuta poiché viene utilizzata per la preparazione dei maki giapponesi. Non richiede accorgimenti particolari prima di essere utilizzata, ma può essere utile inumidirla con dell'acqua prima di utilizzarla per la preparazione dei classici rotolini di riso e alghe. Le alghe nori sono ottime accompagnate da salsa wasabi e di soia. Possono essere lasciate marinare in salsa di soia, olio di sesamo o di girasole e succo di limone e poi essere utilizzate come condimento per legumi e cereali.
    Spirulina (Arthrospira platensis)
    La spirulina è una microalga di colore verde-azzurro, utilizzata per la preparazione di integratori naturali dall'effetto depurativo e disintossicante. E' un alga d'acqua dolce, ricca di proteine facilmente assimilabili da parte del nostro organismo. Non presenta vitamina C, ma contiene vitamine del gruppo B, vitamina A e D, oltre che una particolare tipologia di calcio vegetale al quale sono state attribuite proprietà anticancro.
    La si trova in vendita come ingrediente del gomasio, condimento costituito da sale marino integrale, semi di sesamo tostato ed alga spirulina in polvere, che con gli stessi ingredienti può essere preparato anche in maniera casalinga. Può essere acquistata sotto forma di polvere o fiocchi ed utilizzata come condimento, oppure sotto forma di integratore biologico in compresse.
    Wakame (Undaria pinnatifida)
    L'alga wakame è considerata particolarmente benefica per le donne per via del suo contenuto di calcio vegetale e magnesio, utili nella prevenzione dell'osteoporosi, oltre che per le sue proprietà diuretiche, che la rendono adatta a contrastare eventuali gonfiori causati dall'accumulo di liquidi. Uno dei suoi pigmenti, la fucoxantina, è stato sottoposto a studi scientifici atti a verificare il suo ruolo nel contrastare la resistenza all'insulina.
    L'alga wakame può essere utilizzata per la preparazione della tradizionale zuppa di misogiapponese o per zuppe di legumi o di verdure. Deve essere reidratata in acqua per una decina di minuti pria di essere aggiunta ad altre pietanze durante la cottura, oppure può essere passata brevemente in forno e poi sbriciolata sulle pietanze. E' ottima nelle insalate e nella preparazione di stufati di verdura.
    (Fonte: Greenme.it articolo di Marta Albè)
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    Per Approfondire
    Le alghe costituiscono un alimento prezioso, anche se ancora poco conosciuto, per la nostra salute: ricche di minerali e oligoelementi indispensabili (calcio, ferro, potassio, iodio e magnesio) rinforzano il nostro organismo e ci proteggono da inquinamento e radiazioni.
    Peter e Montse Bradford racchiudono in questo testo fondamentale tutta la loro approfondita esperienza nell’utilizzo delle alghe in cucina. Oltre cento ricette, dall’antipasto al dolce, che svelano come impiegare nel modo più gustoso l’ampia scelta di verdure che il mare ci offre.
    Qui il link all'approfondimento sul libro: 100 ricettte con le alghe

    Il prezzo di una vita in gabbia: vite che si accorciano

    Articolo di Simona Basi.
    Fonte: esperienza diretta per aver salvato negli anni diversi animali provenienti dalle gabbie degli allevamenti intensivi.
    L’esperienza diretta della mia vita a contatto con questi animali esula dai dettami della scienza veterinaria e spesso i veterinari interpellati si sono trovati di fronte a realtà del tutto nuove anche per loro… In biologia si studia che la vita di una gallina può arrivare anche a 20 anni; nella realtà delle galline provenienti dalle gabbie degli allevamenti intensivi questa vita si riduce vertiginosamente di ben 19 anni. Come vedrete, la vita media delle galline che nel corso degli anni ho salvato dalle gabbie è di circa 1 anno ovvero 1 anno e 7 mesi.

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    Premetto che mi accingo a redigere questo articolo con notevole pathos emotivo, in quanto inevitabilmente con la mente devo ripercorrere tutto il dolore provato per ogni perdita che ho subito, per ogni cucciola che ho visto morire impotente e spesso mi è morta tra le braccia, con il mio cuore che rischiava di fermarsi ogni volta.
    Sono anni che salvo galline dagli allevamenti intensivi e poi ospito a casa mia, portandole ogni giorno nei parchi con me e dormendo insieme a loro. Per me sono animali da compagnia esattamente come i cani e i gatti. Anzi, ritengo che queste creature siano esattamente a metà strada tra i cani e i gatti, in quanto hanno caratteristiche sia degli uni che degli altri. Sono fedelissime, gelosissime, permalosissime e affezionatissime


    alla propria ‘dada’ esattamente come i cani e amano le coccole, si accovacciano nella propria cesta sul cuscino e pensano in autonomia a pulirsi le piume esattamente come i gatti pensano alla pulizia del proprio pelo.

    Le galline sono creature mattiniere, proprio come la sottoscritta e, per il mio carattere, preferisco di gran lunga la sera quando arrivo a casa mettermi il ‘pigiamone’ e magari pulire tutto il mattino seguente all’alba, piuttosto che uscire verso le undici o mezzanotte per portare fuori il mio cucciolo. Ogni cucciolo necessita di cure, non solo la gallina da compagnia, ma anche il cane o il gatto di casa, non dobbiamo certo pensare a loro alla stregua di ‘giocattoli’ o ‘soprammobili’ , semplicemente ognuno di noi sceglierà il cucciolo che più lo assomiglia, così da potersi prendere cura di lui al meglio.

    Premesso questo, provo a riepilogare la mia esperienza diretta in merito alla vita media delle galline.
    Il primo pennutino che ho avuto in cura fu nel 1987: un pulcino nato libero in campagna dalla mia bisnonna e visse per 7 anni abbondanti e a mio avviso avrebbe potuto vivere di più se non ci fosse stato quel malinteso che lo fece soffrire di gelosia nei miei confronti! Mi vide con un altro cucciolo, questa volta d’uomo, e per proteggerlo da eventuali giochi e grida di questo bimbo feci finta di non vederlo e non lo ‘presentai’ al bambino. Il giorno seguente il mio cucciolo inspiegabilmente fu trovato morto ‘per cause naturali’. Io non feci neppure in tempo a vederlo, ma mi venne descritta la sua morte come dovuta a una probabile patologia cardiaca.

    Nel 2007 salvai Caterina, la protagonista di numerosissimi video che realizzai su di lei, anche destinati ai bambini, per avvicinarli a questi splendidi e affettuosissimi animali. Caterina era sempre con me, ovunque io andassi e con chiunque io stessi: piangeva quando mi vedeva uscire di casa e quindi, non appena potevo, me la portavo con me: al parco, in giro per la città, in vacanza, a casa del fidanzato, in giro per le città d’arte, ad un paio di presidi animalisti (in braccio a me o ai miei piedi) e addirittura una volta anche a fare la spesa al supermercato!
    Caterina la salvai il giorno stesso in cui nacque, il giorno 3 agosto del 2007, e quindi non stette nelle minuscole e sporche gabbie affollate degli allevamenti intensivi neppure un giorno.  Forse è per questo motivo che, nonostante la ‘vita mondana’ che fece al mio fianco, amata e coccolata sempre, magari non proprio consona ad una gallina, ma io che la conoscevo così bene e ci intendevamo al volo, capivo che preferiva stare al mio fianco piuttosto che in casa, è vissuta per oltre 3 anni.

    Le successive galline le salvai tutte a circa 20-25 giorni di vita e quindi erano già state nelle minuscole e affollatissime gabbiette di ferro per tutti quei giorni.
    Andando in ordine cronologico, le successive galline che ho salvato dalle gabbie, alla morte della mia adorata Caterina, sono Isabella e Neroni.
    Neroni sin da subito ha manifestato patologie cardio-respiratorie e il suo respiro era rumorosissimo (così come le sue fusa: rumorosissime anch’esse!). Neroni morì all’arrivo della prima estate afosa, la mattina del 25 giugno 2011.  Visto il caldo di quei giorni, sia Isabella sia Neroni avevano dormito in terrazza (era veramente caldo). Quella mattina del 25 giugno 2011 trovai Neroni accucciata tra un vaso di fiori e il muro della terrazza. La feci entrare, ma non feci in tempo a ripulire la terrazza che mia madre mi avvertì che sentiva un rumore di sbattimento di ali: mi precipitai in cucina e la trovai che stava spirando… La presi tra le braccia e con la gallina sulle mie ginocchia iniziai a comporre i numeri di tutti i veterinari specializzati in uccelli che mi erano stati segnalati, ma nessuno di essi mi diede ragguagli certi sulla motivazione di questa morte a loro dire prematura. Un avvelenamento? Un problema cardiaco? Per accertarne la vera causa avrei dovuto sottoporre la mia amata cucciola nera ad un’autopsia, ma il dolore per me al solo pensiero del suo corpicino sfigurato fu talmente grande che preferii lasciarla riposare in pace. Solo anni più tardi, con l’esperienza delle successive galline che ho salvato, mi resi conto che stavo assistendo - in perfetta solitudine e non supportata neppure dai veterinari che continuavano ad insistere, sulla base di quanto avevano studiato sui libri di biologia, che la vita media delle galline è sui 20 anni…ndr - sempre ad una stessa identica morte per queste povere sfortunate creature che avevano vissuto parte della loro vita nelle gabbie e provenienti altresì da ‘accurate’ e volte solo al profitto dell’allevatore selezioni genetiche compiute da questi allevatori per potenziare a dismisura la parte ‘richiesta dai consumatori’, il petto, con notevole nocumento delle ossa, troppo deboli per sostenere il peso innaturale di queste creature, e con l’inevitabile svilupparsi di malattie cardiocircolatorie.

    Isabella continuò a farmi compagnia, alla morte della sua sorellina Neroni, ancora per qualche mese e morì il giorno 9 aprile del 2012, all’età di 1 anno e 7 mesi. Identica la modalità del decesso: prima sono mogie ed accovacciate, respirano rumorosamente (forse sono già in gasping, ovvero in respiro agonico), poi si alzano un attimo sulle zampine e si riversano all’indietro. Talvolta sbattono per un po’ le ali, nell’ultimo tentativo di sopravvivere, poi spirano e non ci sono più, con mio intenso e vivo dolore ogni volta!

    Dopo la morte di Isabella salvai Laura e Carlotta, il giorno 21 aprile del 2012. Laura si presentava subito come pulcina sofferente e con un occhio quasi cieco a causa delle precarie condizioni igieniche delle gabbie degli allevamenti intensivi e delle continue defecazioni sull’occhio provenienti dalle galline poste sulle gabbie di sopra! E non hanno modo di pulirsi gli occhi con l’acqua… e, come sicuramente saprete, le feci sono corrosive.

    Fortunatamente, così come le successive galline Anastasia (detta affettuosamente ‘Fagiolino’) e Havana, riuscii con l’aiuto del veterinario a curarglielo e tornò a vederci.

    Carlotta morì il 15 aprile del 2013. La trovai impigliata in una rete da calcio presente all’interno del parco condominiale dove tutti i giorni la facevo ‘pascolare’ insieme alla sorellina Laura. Il veterinario commentò questo decesso con la debolezza di cuore dei pennuti che, trovandosi imprigionati, possono morire in pochissimi minuti d’infarto.


    Laura morì come Isabella all’età di 1 anno e 7 mesi, con identiche modalità. La trovai dentro al rifugio che nel frattempo avevo aperto per dare una seconda vita alle galline salvate dalle gabbie: era mogia, accovacciata in un angolo, con la crestina violacea e fredda al tatto. La presi tra le mie braccia e la portai su in casa di mia nonna, al caldo. Dopo circa un’ora la vidi morire e mi morì tra le braccia. 

    martedì 31 dicembre 2013

    Cinque Idee lampo per un cenone veg da urlo

    Buon anno a tutti! Come post speciale di commiato da questo 2013 abbiamo deciso di rivolgersi a voi, proprio a voi, sì, fanatici dell'ultimo minuto. Ma anche a chi ha bisogno di una soluzione rapida per sopperire ad un inconveniente. Queste ricette ultraveloci vi aiuteranno con qualcosa di molto rapido, molto d'effetto e molto buono. Ci vediamo l'anno prossimo!